Il successo dello sciopero delle mense scolastiche è stato straordinario. Tanto più netto perché capillare, organizzato e costruito davanti ai cancelli delle scuole da mamme (soprattutto ma non solo) che sono state tanto determinate da superare gli ostacoli burocratici e ogni barriera, sociale e linguistica. Il messaggio è arrivato in tutte le famiglie e più della metà ha organizzato il pranzo al sacco per un migliore e più economico servizio.
Quella del sindaco Virginio Merola, ieri, è stata una chiara ammissione di colpa. Con troppa superficialità erano state accantonate le critiche che da mesi arrivavano dall’Osservatorio mense alla volta di Seribo attraverso la Commissione mensa cittadina. E visto che l’obiettivo delle critiche era una società controllata al 51% da Palazzo d’Accursio non averle accolte da subito è stato un errore politico.
Più grave per la giunta e lo stesso sindaco perché arriva da un mondo, quello della scuola, che rappresenta uno spaccato di quella che è Bologna oggi. L’adesione è stata alta ovunque, nei quartieri periferici come in quelli del centro.
Nella protesta si univano più bisogni, in una rappresentazione trasversale della città: da una parte la sempre più radicata sensibilità verso la qualità del cibo (la sua provenienza bio in particolare) e dall’altra le difficoltà ad affrontare un costo mensile mediamente più alto rispetto alle altre città. Gli aumenti delle rette dovuti al nuovo sistema tariffario pesano, anche su quei nuclei familiari che per reddito pagano la tariffa piena, ma subiscono comunque la crisi, e faticano, magari con più figli, ad affrontare il Mav ogni mese.
La battaglia dell’Osservatorio mense ha anche evidenziato la contraddizione di una giunta che punta proprio sul cibo e sul buon cibo per il rilancio della città e non dà la stessa attenzione a quello che mangiano i suoi piccoli e giovani studenti. Prodotti di qualità come simbolo della città, ma sui tavoli delle mense scolastiche?
E poi la dichiarazione di Marco Minella segretario generale della Camst (che insieme al Comune costituisce Seribo): «I bambini non vogliono mangiare bio». La scuola è il luogo della formazione e dell’educazione, anche al cibo e a maggior ragione nella nostra città. Proprio sui tavoli della refezione scolastica dovrebbe essere diffusa una cultura alimentare all’insegna della salute. Così come per altro già avviene per esempio con il progetto per la diffusione della frutta e l’educazione al suo consumo.
Il nuovo sistema tariffario, come abbiamo detto, ha portato ad un aumento medio del costo della refezione, rendendolo tra i più alti in Italia. Il paragone che è stato fatto più volte in questi giorni con quello che avviene in altre città, per esempio Casalecchio dimostra che un altro sistema è possibile, che non tutto è determinato per sempre.
Il segnale forte e deciso dello sciopero di lunedì ha costretto l’amministrazione ad ammetterlo. E’ già un primo passo.

