Atlantide pronta a lasciare il Cassero di Porta Santo Stefano

atlantide2Bologna, 3 mar. – Arriva ad una svolta la vicenda dei collettivi di Atlantide, spazio occupato nel cassero di Porta Santo Stefano e da anni conteso tra il quartiere, governato dal centro destra, e le attiviste. Una storia iniziata ormai 5 anni fa e costellata di proteste, accuse e minacce ripetute di sgombero. La trattativa silenziosa portata avanti negli ultimi mesi dall’assessore alla cultura Alberto Ronchi sembra però dare i suoi primi frutti, ed ora i collettivi si dichiarano pronti “a trasferire la nostra sede in un altro spazio, non ancora individuato, e le relative condizioni stabilite”.

Recita il comunicato di Atlantide: “Dopo diciotto anni, le Atlantidee sono pronte a salpare, oltrepassando le colonne d’Ercole verso il cuore della città, lasciando la propria terra d’origine. Stiamo ancora esplorando i mari, alla ricerca dell’approdo che ci consenta di sviluppare tutti i nostri progetti”. Traduzione: i collettivi lgbtqi e punk se ne andranno dal Cassero di Porta Santo Stefano. Ancora non si sa dove, anche se si parla di “cuore della città“. Nei giorni scorsi il Resto del Carlino aveva parlato di via del Porto, ma per il momento si tratta di un’ipotesi. La condizione per l’uscita dal Cassero è invece che sia riconosciuta “l’assemblea di Atlantide come unico luogo decisionale della responsabilità collettiva”.

“Davanti a noi c’è ancora un lavoro di mesi. Stiamo scegliendo un posto adatto e scrivendo col Comune la convenzione. Fino a che il nuovo spazio non sarà funzionale e accogliente non lasceremo il Cassero di Porta Santo Stefano”, spiega Beatrice, attivista di Atlantide.

Nel comunicato di Atlantide si ripercorrono le tappe dello scontro tra collettivi e Comune, un muro contro muro che nel tempo si è trasformato in un confronto, mentre non si è mai chiuso il conflitto col quartiere Santo Stefano guidato da Ilaria Giorgetti. Col settore cultura del Comune, ricordano i collettivo, “a luglio abbiamo firmato un pre accordo nel quale, per la prima volta in un documento formale, veniamo indicate per quello che siamo: una libera formazione sociale con modalità di gestione autonome”. Da qui, dopo il riconoscimento politico e la trattativa in corso da mesi con l’assessore Ronchi, la decisione di uscire dal Cassero. “Poiché la questione non è mai stata quella di salvare uno spazio o il nostro spazio, speriamo che la nostra resistenza alla messa al bando possa rappresentare un precedente virtuoso ma anche che il Cassero di Porta Santo Stefano sia destinato a un uso sociale e collettivo. Siamo comunque certe che altri bisogni emergeranno e che ogni spazio lasciato vuoto, verrà prontamente recuperato, liberato e reinventato”.

Nel comunicato si parla anche di chiusura dell’emergenza sgombero e dell’apertura di una “nuova sfida politica”: “ottenere un chiaro riconoscimento dell’autogestione in quanto tale, continuando a trasformare le forme della politica, continuando a resistere alla normalizzazione del modello della sussidiarietà, fuori dalla logica dell’erogazione di “servizi”.Del resto il modello di organizzazione sociale sperimentato dall’autonomia transfemminista e queer risulta anzi antitetico alla implicita verticalità del rapporto tra erogatore e utente. La costruzione di percorsi collettivi di soggettivazione, di elaborazione e condivisione di saperi e pratiche di liberazione tra donne e lesbiche, gay e trans, intesa come strumento primario nella lotta contro la violenza maschile e la lesbo-omo-transfobia, non può essere chiusa dentro uno “sportello”. Analogamente, crediamo che la cultura musicale indipendente e del Do-It-Yourself non possa essere ri(con)dotta a spazi commerciali di fruizione passiva e che sia invece un antidoto ai processi di mercificazione e gentrificazione. Vorremmo, quindi, che l’attitudine DIY che da anni sperimentiamo nella musica diventasse trampolino di lancio per le progettualità più diverse, ponendosi in conflitto con l’esistente, rimodellando lo status quo, decostruendolo continuamente”.

 

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