Il caos delle liste Pdl e il vergognoso decreto fatto dal Governo certifica che l’Italia non è più uno stato di diritto. D’altro canto ci dice anche che è iniziato ormai il convulso atto finale del berlusconismo. Che non sarà indolore.
Va registrato che Napolitano ha ceduto al ricatto della violenza paventata da Berlusconi e dai suoi sodali. Il Pd difende il Presidente: “cosa poteva fare?”. Molto semplice: invece di limare il decreto tutta notte doveva dire chiaro e tondo che non accettava decreti. Di più: se non fosse un signore quasi novantenne con un senso dei tempi politici e mediatici ormai ottocenteschi, Napolitano avrebbe dovuto fare subito un messaggio unificato in televisione (prerogativa del Capo dello Stato), anticipando il Cavaliere in quel momento in stato confusionale per dire che:
1) Non avrebbe firmato decreti che alteravano lo stato di diritto.
2) Avrebbe accettato solo una soluzione concordata in parlamento tra maggioranza e opposizione, invitando i responsabili di questa situazione ad abbandonare le tesi complottistiche e strumentali, assumendosi la loro responsabilità sulle irregolarità delle liste.
3) Doveva infine concludere auspicando che si tenessero elezioni regolari e complete: a questo proposito – fatta salva la disponibilità di tutti – sarebbe stato anche disponibile a un rinvio delle elezioni stesse per sanare la situazione (di tutti, non solo del Pdl, comprese le altre liste escluse per problemi di firme). In questo modo avrebbe esercitato il ruolo di arbitro super partes.
Ora però si pone la domanda sul “che fare”. Questa vicenda comincia a incrinare anche il consenso granitico dell’elettorato di centrodestra, solitamente poco attento, se non addirittura insofferente, nei confronti del rispetto delle regole.
La protesta di piazza va bene, è doverosa, ma ovviamente si inserisce anche nell’ambito della campagna elettorale. Ci sarebbe bisogno, oltre alla risposta politica, anche di una risposta civile.
Forse un modo c’è: bisognerebbe valutare l’idea di una manifestazione di dignità civile il giorno del voto. Sappiamo che durante le votazioni non sono permesse manifestazioni di parte.
Però si può proporre di andare a votare entrando al seggio all’ultimo momento: decine, centinaia, magari migliaia di persone che stazionino silenziose fuori dal seggio fino all’ultimo minuto, entrando tutti insieme nei locali solo poco prima della chiusura. Per legge si deve far votare tutti coloro che allo scoccare della chiusura delle urne sono presenti al seggio: una tale quantità di persone che si presentasse contemporaneamente al seggio, poco prima della chiusura, creerebbe sicuramente un enorme rallentamento delle operazioni di voto e si farebbe certamente notare.
Si manifesterebbe così in maniera inoppugnabile la propria avversione alla prepotenza, al tentativo costante da parte del Governo di sovvertire le regole costituzionali. Al tempo stesso si darebbe alla protesta un taglio slegato dalla competizione elettorale. I diritti universali non sono la dote di una parte, che ne è custode, a fronte di un’altra che se ne frega. Tutti ne sono egualmente beneficiari e custodi di questi diritti e tutti, nel caso, sono chiamati a difenderli.
Paolo Soglia


Un commento
Perfettamente d’accordo, Napolitano non avrebbe dovuto cedere su qualcosa che aveva negato il giorno prima: questa è una sua netta sconfitta, un cedimento che permetterà a berlusconi e alla sua banda di tagliagole di alzare ancora più il tiro la prossima volta.
Tanto per non saper nè leggere nè scrivere, Napolitano avrebbe anche dovuto convocare i vertici delle forze armate, visto che ne è il capo, e viste le dichiarazioni del ministro della guerra di venerdì scorso